Benessere e clima aziendale

Settimana corta: meno ore, più benessere e produttività

Modelli come la settimana lavorativa corta dimostrano che è possibile conciliare produttività e qualità della vita, promuovendo ambienti professionali più equilibrati, inclusivi e motivanti.

 

La settimana lavorativa corta: utopia o realtà? Negli ultimi anni, questo tema ha guadagnato un’attenzione crescente, poiché risponde alle nuove esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici ed è in linea con l’evoluzione delle dinamiche professionali. La cosiddetta “settimana corta”, infatti, è un modello organizzativo che prevede generalmente la riduzione delle giornate lavorative da cinque a quattro, a parità di retribuzione. Ma se in molti contesti questa “piccola rivoluzione” appare ancora lontana, in altri è già diventata una concreta realtà.

Come sta quindi evolvendo questa idea e quali sono i suoi effetti sulla produttività e sul benessere dei lavoratori?

 

Tipologie di settimana corta e Paesi virtuosi

La settimana lavorativa corta da concetto teorico sta diventando un modello concreto in alcuni Paesi, anche se nessuno Stato ha ancora adottato questo sistema a livello nazionale. Tuttavia, in numerosi Stati e organizzazioni si stanno sperimentando o offrendo diverse forme di settimana lavorativa corta, proprio perché non esiste una “formula” univoca di questa pratica:

  • In alcuni casi, ad esempio, le aziende consentono di lavorare lo stesso numero di ore su quattro giorni, aumentando l’orario quotidiano, ma lasciando libera la giornata di lunedì o venerdì.
  • Altre organizzazioni, invece, riducono l’orario di lavoro complessivo (ad esempio da 40 a 36 settimanali), mantenendo invariato il compenso.
  • A queste formule si aggiungono i modelli ibridi, a cui si possono combinare flessibilità oraria, smart working e riorganizzazione interna.

Uno dei Paesi capofila a sperimentare modelli di settimana corta è l’Islanda, che già nel 2015 ha avviato il progetto pilota The Icelandic Trial of a Shorter Working Week, che ha visto coinvolti oltre 2500 lavoratori e lavoratrici dei settori pubblici e privati. I dati dimostrano che la produttività si è attestata a livelli stabili se non addirittura più alti.

In Spagna, il Consiglio dei Ministri ha approvato a maggio 2025 un disegno di legge che accorcia la settimana lavorativa da 40 ore a 37 ore e mezzo. La proposta è quindi attualmente soggetta alla revisione del Parlamento, ma se dovesse diventare legge di Stato oltre 12 milioni di lavoratori e lavoratrici appartenenti a larghi settori dell’economia spagnola potrebbero usufruire della settimana corta.

In Germania, invece, è in atto una sperimentazione nazionale, che vede direttamente coinvolte le organizzazioni sindacali tedesche nel richiedere al Governo la settimana corta.

Ancora diverso è il caso del Regno Unito, dove tra giugno e dicembre 2022 è stata avviata una sperimentazione in merito alla settimana lavorativa corta e che ha visto coinvolte numerose aziende. Il risultato? Oltre il 90% delle realtà partecipanti ha optato per adottare la settimana corta.

 

In Italia

Nel nostro Paese alcune aziende stanno portando avanti progetti e sperimentazioni legate al modello di settimana lavorativa corta.

Lavazza, ad esempio, ha introdotto il modello del “venerdì breve” nelle sedi direzionali torinesi e nell’impianto in provincia di Vercelli.

Anche in Siae – Società italiana degli autori ed editori – ha sottoscritto per il 2025 la “smart week”, a cui i dipendenti possono aderire su base volontaria. Il progetto vede coinvolte 600 persone e garantisce il mantenimento del trattamento economico attuale.

Volendo citare un ulteriore modello positivo, Essilor Luxottica ha introdotto la settimana lavorativa corta grazie ad uno storico accordo con i sindacati. Dal 1° gennaio 2026, infatti, i dipendenti del sito di Agordo lavoreranno 4 giorni a settimana a parità di stipendio.

 

Effetti della settimana corta

Non è difficile immaginare i vantaggi di lavorare meno a parità di stipendio. A confermarlo è uno studio pubblicato su Nature Human Behavior, che ha coinvolto quasi 2.900 lavoratori e lavoratrici di 141 aziende in sei Paesi, confrontati con un gruppo di controllo. I risultati mostrano una significativa riduzione del burnout, un aumento della soddisfazione professionale e importanti benefici per la salute mentale tra coloro che hanno sperimentato il modello della settimana lavorativa corta.

Disporre di più tempo libero favorisce infatti una migliore organizzazione del lavoro e una maggiore concentrazione nelle attività quotidiane, con effetti positivi anche sulla qualità delle performance e produttività.

Ci sono solo vantaggi, per le organizzazioni, nell’adottare il modello organizzativo della settimana corta? La risposta è no. Tra gli ostacoli principali vi sono i costi iniziali legati alla riorganizzazione dei turni, alla formazione del personale e, in alcuni casi, a nuove assunzioni. Inoltre, la settimana corta risulta più complessa da applicare nei settori manifatturieri e nei servizi essenziali dove la continuità produttiva è fondamentale.

Esiste poi il rischio di un aumento dei carichi di lavoro, se la riduzione dell’orario non risulta essere accompagnata da una revisione oculata dei processi. Infine, il modello non è facilmente estendibile a tutte le mansioni: questo può generare tensioni sindacali se non viene condiviso o percepito come equo.

Ad ogni modo, in un contesto economico e sociale in continua trasformazione, il futuro del lavoro non può prescindere dalla centralità della persona. Ripensare tempi, modalità e organizzazione del lavoro significa riconoscere che il benessere dei lavoratori non è un costo, ma un investimento strategico che merita di essere studiato, sperimentato e perfezionato anche attraverso modelli come la settimana corta.

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